Castelli di Scabbia

DERMATITI MORALI Q.B.

Tu non sei (di) nessuno

Tu non sei di nessuno.

Non sei di tua madre, né di tuo padre.

Non sei di Dio e non sei nemmeno di te stesso.

Non sei il mio.

 

Sempre e per sempre, saremo liberi.

Liberi di rosicchiare il nostro spazio nel mondo.

Angusto, e con un persistente e acre odore di urina, ci piacerà da impazzire.

A volte l’urina luccica, vedrai che se farai il bravo ti lanceranno un osso.

Sarà divertente morderci e ucciderci per spolpare fino all’ultimo lembo nervoso.

Ti piacerà, fidati.

Verrà il momento di lottare e ferirci a morte, il sangue scorrerá a fiotti, e il caldo e avvolgente odore del ferro coprirà quello del piscio, in una mistura rivoltante ed elettrica.

Sentirai l’adrenalina della fame e del cannibalismo.

Se farai il bravo, ti lanceranno un osso.

E ora continua a urlare, dimenati, divampa, inferocisciti con chi ti ha rubato il futuro e ti avvelena il presente.

Il condizionamento è già cominciato, ringhiamo insieme.

 

 

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Torno a scrivere, dopo tanti pensieri saltati.

E mentirei se dicessi che questo blog non mi è mancato, perchè qui ero abbastanza me da volermi quasi bene.
Perchè qui era più facile.

E stasera va bene tornare.

 

Mi sono accorta che vivo di riflesso.

Ho capito di avere troppo bisogno del tepore che regala il sentirsi accettati, il sentirsi conformi.

Mi serve sapere che piace ciò che faccio,
ho bisogno che tu mi dica che ti piace come sono.

Ti piaccio?
Ti piacciono i miei pensieri?
Dico le parole giuste? E il tono?
Sono proprio come mi vorresti?

 

Fammi a pezzetti
E mangiami un po’ alla volta
Scartami piano, come un cioccolatino prezioso
E poi divorami tutta d’un fiato

Un capo dopo l’altro
Toglili lentamente
L’attesa ci deve consumare, e gli occhi bruciare

Ha i tratti dell’amore
Ma è un universo più ampio, e meraviglioso
Dentro c’è tutto e non c’è niente

Blu come il mare e nero come la pece
Pieno di stelle e ricolmo di dolore
Dove il sangue borbotta e la Luna sorride.

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/INV(entare)/INV(idia)/INV(asata)/

La viziosa tendenza
di definire INVIDIA
ciò che non capisci
o ciò che non vuoi capire
è malsana e irragionevole.

Definiresti INVIDIA il complesso meccanismo intestino ad un orologio?
E la perfetta capacità di mescolarsi che hanno due tempere di colori diversi?
E’ forse INVIDIA la nostra società?
E tutti i piccoli alambicchi che rincorriamo per sentirci un po’ meglio?
La diversità sessuale? Quella fenotipica? Genotipica?
Posso essere definita invidiosa perchè bionda?

E strillare a quei quattro imbecilli
che ti stanno appresso per compassione
che tu percepisci l’invidia
del mondo intero
chissà poi per qual motivo
ha fruttato?

Perchè è molto,
estremamente,
davvero tanto,
più probabile
che il fenomeno dietro la tua ignoranza sia invece di un’altra natura
quasi sempre fisica e chimica;
poi biologica, e quindi matematica;
e se vogliamo, poi, casuale.
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Tutto scricchiola.

Tutto si sgretola.

Tutto deperisce.

Tutto s’incendia.

interpolation_by_darkenter-d5o6jmqContinuate a camminare.

Io non DEVO un cazzo.

[Troppa pressione, troppa pressione.]

DEVI.

[Ma DEVO che?]

DEVI essere più interessata a quello che studi per la tesi, devi estendere le ricerche. Devi stare là di più, devi sbattere in faccia quello che fai, quello che hai fatto.

[DEVO?! Ma mi faccio il culo a stelle e strisce, lavoro 40h a settimana gratis a 40km da casa mia, e nessuno mi caga di striscio. Nessuno mi guarda. Mi salutano, sì, ma sono solo l’ennesima tesista fresca d’ingegneria, tutto silenzio e fotocopie.
Io non devo un cazzo.
E io non devo niente a nessuno, tutto quello che ho me lo sono guadagnata.
Tutto, cazzo.
Non devo niente a voi, io non devo dimostrarvi nulla, voi non siete nessuno.
Il vostro culo caldo sulla sedia, la vostra indifferenza…]

Tu non credi a quello che fai. DEVI crederci.

Io non devo un cazzo.
Sono venuta alla luce senza desiderarlo, fra gelatine e globuli rossi, gridandovi forte, a pieni polmoni, tutto il mio disprezzo nei vostri confronti.
E non scordatevi mai quanto la vostra società faccia schifo;
quanto le vostre religioni, le vostre credenze, le vostre chimere, siano solo sintomo di pochezza morale.
Nessuno crede in quello che fa, tutto è vacuo, tutto è torbido ed evanescente.
Tutto è plasma.

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F A T E M I S U D A R E

Mi sto facendo il culo per la tesi.
Ma verrà una bella tesi, sono sicura.
Credo.
Spero.

Mi sto facendo un gran culo, lavoro gratis, vivo il peso di essere invisibile.
Ho un po’ d’ansia per il mio futuro, mi sono resa conto di non essere nessuno, e di non avere più tempo.
Sono un fantasma coi minuti contati.

L’entropia ci rosicchia piano, e i minuti ci sfuggono fra le mani.

Ma è come se ultimamente avessi bisogno di essere impegnata, mi sto riempiendo di impegni.
Ho bisogno di sentirmi viva, ho bisogno di sentirmi accaldata.

Chissà se prendo lo IELTS.
Chissà se poi mi assumono.
Chissà se duriamo, io e te.
Chissà, chissà, chissà.

Ma non ho tempo per pensarci, non ho più tempo per pensare a nulla, se non a quello che farò adesso, tra un minuto, un’ora al massimo.
Si accorciano gli orizzonti, si accorcia il tempo disponibile.

FATEMI SUDARE.
FATEMI SENTIRE VIVA.
FATEMI URLARE,
fatemi sentire il vento caldo che risale la trachea e incendia l’aria.

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“Solo gli inquieti sanno
com’è difficile sopravvivere alla tempesta
e non poter vivere senza.”

[Emily Brontë]

Piangi in silenzio, piangi dentro, più lontano del mare e più lontano del mondo

È una giornata placida, le onde sussurrano mentre accarezzano gli scogli.

Una brezza leggera ogni tanto ci scuote le carni, calde, sempre più rugose, sempre più grige.

Sto leggendo un libro intitolato Suicidio. Vedo le persone curiosare sul titolo nero e lucido, e il loro sguardo duro postumo.
Chissà cosa pensano.

Una nuvola azzurra di fumo attraversa il mio sguardo, ora lontano;
più lontano del mare e più lontano del mondo.

 

Sì, io ci penso alla Morte. Mi incuriosisce; è un pensiero sottile e meraviglioso, come una stola di seta leggera.
Ci penso sempre, non lo farò mai.

Ma se lo facessi, come?

Mi impiccherei? Mi lascerei andare giù sempre più giù da un grattacielo?
Riempirei di morte e adrenalina i miei polmoni con i gas di scarico dell’auto?
Farei sgorgare litri di sangue da questi piccoli polsi diafani?

 

E tu, tu che sbirci la mia vita da questa serratura elettronica, tu piangeresti?
Quanto?
Cosa ricorderesti di me?
Le labbra carnose, i capelli di grano, le mani?

Quanto ci metteresti a rimpiazzarmi?

Penseresti a quando mi accoccolavo piano fra le tue braccia?
A quando ti baciavo di sfuggita?
A quando ti ferivo apposta durante le discussioni?

Ricorderai la mia crudeltà, o il cordoglio tende a tutelare la bontà?

Ti ricorderai che bello era fare l’amore e sentirsi così in fondo, nelle viscere, e condividere quei momenti di profondo egoismo e godimento?

 

Le onde sputano più forte, magari schifano le nostre membra flaccide e scoperte, e noi non lo capiamo.

La ragazza coi capelli raccolti in uno chignon abbozzato prende un’altra boccata profonda di sigaretta, avvolgendomi in un’altra nuvola leggera.

 

C’è una futura mamma, qui vicino a me. Indossa un elegante costume blu intero, che le evidenzia il pancino turgido.

Come fa ad essere così ottimista?
Il piccolo le ruba aria, sangue e linfa vitale, e lei sorride ai raggi uva.

Come può sperare in un futuro migliore?
Qual è il pensiero scatenante?
Non sembra spaventata.

 

Sì, ora vado a farmi un bagno e lavo via i cattivi pensieri, mentre il vento si alza e le onde vomitano sempre più violentemente il loro dissenso verso l’umanità e la sua indecorosa leggerezza morale.

 

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